Le rubriche

Piccola Storia della Poesia Italiana

di Mario Macioce

tratto da L'Alfiere, rivista letteraria della "Accademia V.Alfieri" di Firenze

 

VII parte

IL CINQUECENTO

Come autore, Ludovico Ariosto appartiene al nuovo secolo, essendo nato nel 1474, a Reggio Emilia. Morto il padre, toccò a lui occuparsi dei nove fratelli; fu prima a servizio del cardinale Ippolito d'Este, e impegnato in continue ambascerie e viaggi, e poi del duca di Ferrara; dovette accettare il gravoso incarico di governatore della Garfagnana, terra di frontiera. Tornato finalmente a Ferrara, potè vivere col figlio e con la compagna, poi moglie, dedicandosi alle attività letterarie. Morì nel 1533.
Scrisse l' Orlando furioso, concepito come il seguito dell'incompiuto Orlando innamorato del Boiardo, con l'eroe pazzo furioso per amore e vicende ancora più complicate e assurde, secondo il gusto dell'epoca (pensiamo però alle nostre telenovelas!).
Riporto la prima ottava, che costituisce il prologo, e quella in cui Orlando apprende, da una scritta sulla roccia, che Angelica, tanto da lui amata e cercata, è amante felice di un altro; questo scatena la sua follia e le vicende che ne seguono.

Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori,
le cortesie, l'audaci imprese io canto,
che furo1 al tempo che passaro1 i Mori
d'Africa il mare,e in Francia nocquer tanto,
seguendo l'ire e i giovenil furori
d'Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano2
sopra Re Carlo imperator romano.

. . . . .

Tre volte e quattro e sei lesse lo scritto
quello infelice, e pur cercando in vano
che non vi fosse quel che v'era scritto;
e sempre lo vedea più chiaro e piano:
et ogni volta in mezzo il petto afflitto
stringersi il cor sentia con fredda mano.
Rimase al fin con gli occhi e con la mente
fissi nel sasso, al sasso indifferente.3

. . . . .

1 furo ... passaro = furono ... passarono
2 Troiano = personaggio dell'Orlando innamorato, ucciso da Orlando
3 al sasso indifferente = non differente dal sasso, cioè impietrito dalla sorpresa e dal dolore.

Michelangelo Buonarroti, nato nel 1476 a Caprese, nel Casentino, non deve certo la sua fama alla poesia; ma poiché è di questa che stiamo parlando, dirò solo che fu anche autore di Rime di buona fattura.

Il Cinquecento ebbe anche un buon numero di poetesse e questa è una felice eccezione nella poesia italiana dei secoli passati.
Ne citerò alcune: quattro della prima metà del Cinquecento; Veronica Gambara e Vittoria Colonna, nate nel 1485 e nel 1490, Isabella di Morra e Gaspara Stampa, molto più giovani (nate nel 1520 e 1523), morte però giovanissime, intorno alla metà del secolo, come le altre due; l'ultima invece, Veronica Franco, è della seconda metà del Cinquecento (nacque infatti nel 1546 e morì nel 1591).

Veronica Gambara, contessa bresciana, vedova del Signore di Correggio, governò con fermezza il suo piccolo stato; scrisse rime petrarchesche dedicate al marito, prima e dopo la sua morte. Di lei è questo sonetto:

Poi che per mia ventura a veder torno
voi dolci colli,e voi,chiare e fresch'acque,
e tu, che tanto alla natura piacque
farti, sito gentil, vago ed adorno,
ben posso dire avventuroso1 il giorno,
e lodar sempre quel desio che nacque
in me di rivedervi, che pria giacque
morto nel cor di dolor cinto intorno.
Vi veggi' or dunque,e tal dolcezza sento,
che quante mai dalla fortuna offese
ricevute ho finor, pongo in oblio.
Così sempre vi sia largo2 e cortese,
lochi beati, il ciel, come in me spento
è, se non di voi soli, ogni desio.3

1 avventuroso = fortunato
2 largo = generoso
3 come in me ... desio = come è spento in me ogni desiderio, se non di voi (luoghi beati).

Vittoria Colonna, romana, rimase presto vedova del Marchese di Pescara, condusse vita austera e religiosa, fu in amicizia con vari artisti del tempo, fra cui Michelangelo; scrisse anche lei versi petrarcheschi.

Qual digiuno augellin, che vede ed ode
batter l'ali alla madre intorno quando
gli reca il nutrimento, ond'egli, amando
il cibo e quella, si rallegra e gode,
e dentro al nido suo si strugge e rode
per desìo di seguirla, anch'ei volando
e la ringrazia in tal modo cantando
che par ch'oltre 'l poter la lingua snode;1
tal io qualor2 il caldo raggio e vivo
del divin sole, onde nutrisco il core,
più dell'usato lucido lampeggia,
muovo la penna spinta dall'amore
interno; e senza ch'io stessa m'avveggia3
di quel ch'io dico, le sue lodi scrivo.

1 oltre 'l poter ... snode = sciolga la lingua più del possibile
2 qualor = ogni qual volta
3 m'avveggia = mi accorga

La vicenda di Isabella di Morra, lucana, fu tragica; figlia di un feudatario esiliato, segregata nel suo castello dai fratelli, ebbe una relazione con un nobile spagnolo, con la complicità del precettore; ma i fratelli, saputolo, assassinarono tutti e tre (lei aveva 28 anni). Suo è questo sonetto:

Scrissi con stile amaro,aspro e dolente,
un tempo, come sai, contro Fortuna,
sì che niun'altro mai sotto la luna
di lei si dolse con voler più ardente.
Or del suo cieco error l'alma si pente,
che in tai doti1 non scorge gloria alcuna,
e se dei beni sui vive digiuna,2
spera arricchirsi in Dio, chiara e lucente.
Né tempo o morte il bel tesoro eterno,
né predatrice e violenta mano
ce lo torrà davanti al Re del cielo.
Ivi non nuoce già state né verno,
ché non si sente mai caldo né gielo.
Dunque,ogni altro sperar,fratello,è vano.

1 in tai doti = nei doni della fortuna
2 digiuna = priva

Gaspara Stampa, padovana, visse a Venezia, inserendosi bene nell'ambiente mondano; forse fu anche cortigiana di alto rango. Amò il conte Collaltino di Collalto, per cui scrisse gran parte delle rime, ed ebbe poi altri amori. Morì a soli 31 anni.

Voi vi partite,conte,ed io,qual soglio,1
mi rimango di duol preda e di morte,
e questa o quello ingiurioso e forte
userà contra me l'usato orgoglio.
Né potrò farmi a' colpi loro scoglio2
non avendo con me chi mi conforte,
il vostro viso e le due fide scorte,3
che ne' perigli per iscudo toglio.4
Deh, foss'io certa almen che di due cose
seguisse5 l'una: voi tornaste presto,
o fossero anche in voi fiamme amorose!
Che mi sarebbe schermo6 e quello e questo
in far meno l'assenzie7 mie penose,
e 'l vostro dipartir meno molesto.

1 qual soglio = come sono solita fare
2 scoglio = scudo, difesa
3 le due fide scorte = gli occhi del conte (che fanno scorta al viso)
4 per iscudo toglio = prendo come scudo
5 seguisse = accadesse
6 schermo = rimedio, riparo dal dolore
7 l'assenzie = gli abbandoni, le solitudini

Veronica Franco, veneziana, fu "cortigiana onorata" di grande cultura e bellezza. Scrisse fra l'altro le Terze Rime (terzine incatenate), da cui ho tratto pochi versi, alquanto disinvolti per l'epoca:

Così dolce e gustevole divento,
quando mi trovo con persona in letto
da cui amata e gradita mi sento,
che quel mio piacer vince ogni diletto,
sì che quel, che strettissimo parea,
nodo dell' altrui amor divien più stretto.1

1 sì che quel ... stretto = così che il nodo d'amore, che già appariva strettissimo, diviene ancora più stretto.