Le rubriche

La metrica italiana

di Mario Macioce

tratto da L'Alfiere, rivista letteraria della "Accademia V.Alfieri" di Firenze

 

I parte
APPUNTI DI METRICA

Con questo numero della rivista iniziamo la pubblicazione di una serie di schede sulla metrica.
La metrica è molto importante, perché è alla base della musicalità che caratterizza il verso e che distingue la poesia dalla prosa.
Le "regole" della metrica, che poi non sono regole, ma semplici leggi naturali, sono poche e relativamente facili da imparare.
Il difficile è riuscire a conciliare la forma, cioè un bel ritmo, una bella musicalità, magari abbellita anche dalla rima, con il contenuto, cioè un testo ricco di ispirazione, di immagini, di felice scelta delle parole.
Ma questa è materia che non si può insegnare: poeti si nasce (raramente), oppure si diventa, leggendo i grandi (quelli veri!) e provando, provando e ... riprovando, nel senso di avere anche il coraggio di buttare via quello che non è bello e non è all'altezza delle cose migliori di cui siamo capaci.
Meglio riuscire a fare pochi, piccoli gioielli (al nostro livello, si capisce), piuttosto che fare quintali di "versi", che poi versi non sono e sicuramente non lasceranno il segno!

N. B. - Nelle schede sulla metrica userò, per quanto possibile, un linguaggio semplice, spiegando diffusamente anche cose note; questo perché l'eventuale lettore interessato o incuriosito possa seguire il discorso anche se è digiuno di metrica e tutt' altro che fresco di studi. Mi scuso perciò in partenza con chi troverà questi appunti banali e scontati. D'altra parte nella mia vita ho tratto quasi sempre motivi di interesse o almeno di riflessione, molto più nelle banalità esposte con chiarezza, che nei discorsi paludati e dotti, fatti per impressionare, ma spesso anche per nascondere, sotto fitte cortine di fumo, superficialità, ignoranza o, quanto meno, incapacità di comunicare.

 

LA METRICA ITALIANA

La metrica italiana si basa sugli accenti: se gli accenti principali cadono nei punti giusti, il verso ha un bel suono, è armonioso, tende a fissarsi nella memoria.
Se gli accenti sono fuori posto, il ritmo è dissonante o manca del tutto, e il "verso" suona come un semplice pensierino in prosa.

Cominciamo con un esempio:

Tanto gentìle e tanto onèsta pàre
la donna mìa quand' ella altrùi salùta ..
(Dante Alighieri)

(ho segnato gli accenti metrici dei due versi, per renderli evidenti)

La mia donna quando saluta altrui
pare tanto onesta e tanto gentile ..

In questa trascrizione, non solo ho salvato quasi del tutto le parole, ma anche la lunghezza dei versi, che sarebbero ancora due endecasillabi.
Ma chiunque abbia un minimo di sensibilità non può non avvertire che fra le due versioni c' è un abisso, ed è improprio parlare di versi, dove la musicalità è assente.

Se poi le parole antiche non convincono, facciamo un esempio moderno.

Si sta come
d' autunno
sugli alberi
le foglie

(Giuseppe Ungaretti)

Questo, a un'osservazione superficiale, può sembrare un esempio di poesia senza metrica.
Ma provate a scriverlo (e soprattutto a leggerlo) così:

Si sta come
le foglie
d' autunno
sugli alberi

ed è già un'altra musica.
Se poi si scrivesse:

Noi stiamo come
d' autunno
le foglie
sugli alberi

a niente gioverebbe l'andare frequentemente a capo e il passaggio dalla poesia alla prosa sarebbe pressoché completo.

Non ho ancora parlato di rima, perché la rima non c'entra con la metrica, cioè con il ritmo del verso, ma è un ulteriore abbellimento (quando è bella!).

Ma attenzione! Se metrica e rima sono sbagliate o sciatte, il risultato è negativo. In particolare è meglio evitare l'uso della rima se non si è ancora imparato a dare al verso il giusto ritmo, i giusti accenti: la rima in un testo che di fatto è in prosa, ha quasi sempre un effetto sgradevole. (E questo è uno dei motivi per cui molti lettori superficiali sostengono che la rima è brutta e superata).

 

LA RIMA

Vediamo subito di che si tratta (e mi perdonino quelli per cui la spiegazione è del tutto superflua).
Due parole rimano fra loro quando le ultime lettere dell'una e dell'altra sono tutte uguali a partire dalla vocale tonica, cioè quella su cui cade l'accento.
Esempi: cuòre fa rima con amóre, bèlla con stélla, mèdico con prèdico (questa è una rima sdrucciola, perché si dice sdrucciola la parola in cui l'accento cade sulla terzultima sillaba), là con pietà e fuòr con fiór (e queste ultime due si dicono rime tronche, perché la vocale accentata è nell'ultima sillaba).

Due versi poi sono rimati fra loro, se terminano con due parole in rima.
Esempio:

Il vento sparso luccica tra i fumi
della pianura, il monte ride raro
illuminandosi, escono barlumi
dall' acqua, quale messaggio più caro?
. . . . .
(Mario Luzi)

in cui si vede che il primo verso rima con il terzo, e il secondo con il quarto.

Ci sono poi le rime "imperfette", e cioè l'assonanza, in cui le ultime vocali sono uguali, ma le consonanti no (es.: sole - dimore), oppure la consonanza, in cui le ultime lettere sono uguali, esclusa però la vocale tonica, cioè quella con l'accento (es.: martello - collo).
Le rime imperfette sono da evitare, se si vuole una poesia veramente in rima, perché sono un indebito sconto; possono andar bene invece quando si vuole qualcosa di intermedio, oppure si fa poesia in versi sciolti, cioè non legati in particolari strofe e non in rima, o con rime del tutto casuali. (Da non confondere però i "versi sciolti", che sono rigorosamente in metrica, cioè con gli accenti giusti e la giusta musicalità, con i "versi liberi", che, in quanto tali, sono liberi da qualunque regola di accento e di ritmo e sono quindi semplici accostamenti di parole, come si fa nella prosa. Vedremo più avanti esempi degli uni e degli altri per chiarire meglio).

 

SILLABE E ACCENTI

Nella metrica italiana contano gli accenti e la lunghezza dei versi.
Per riconoscere o per comporre i versi della poesia italiana, occorre anzitutto imparare a contare le sillabe.

Facciamo un esempio (Dante, Inferno I,4):

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

Ebbene, questo è un endecasillabo, cioè un verso di undici sillabe, per la metrica; eppure per la grammatica le sillabe sono ben 14 (e le vocali addirittura 16).
Allora vediamo di capire che cosa accade. Prendiamo ad esempio queste due parole:
dolce amore ... (dol-ce a-mo-re)
Per la grammatica sono 5 sillabe, 2 nella prima parola e 3 nella seconda; ma per la metrica le sillabe sono solo 4, perché nella pronuncia l'ultima vocale di "dolce" si fonde con la prima vocale di "amore" in un unico suono.
Questo fenomeno si chiama elisione o sinalèfe, ma non è importante il nome, quanto sapere cosa avviene. Questa è la prima delle regolette da tenere presenti per contare correttamente le sillabe, dal punto di vista della metrica.

Attenzione! Avverto fin d' ora che le regole di cui parleremo ammettono eccezioni; il poeta ovviamente è libero, per cui può applicare o non applicare una certa regola, anche quando scrive in metrica, e spesso anche i grandi l'hanno fatto. La libertà però, come sempre, ha un prezzo.
In questo caso, per esempio, un autore potrebbe voler contare quelle sillabe come 5, per esigenze di verso, facendo una pausa nella lettura fra le due parole e staccandole bene. Liberissimo! Il prezzo da pagare è che il lettore, ignaro, pronunzierebbe nel modo più naturale e quel verso suonerebbe sgradevolmente sbagliato.
Allora, io vi dico le regole. Alle eccezioni semmai ci penserete da soli!

Altra regola da tenere presente è che, anche all'interno di una parola, due vocali a contatto danno un unico suono (e contano quindi come una sola sillaba), non soltanto quando lo sono per la grammatica (dittongo), come nella parola "le-zio-ne", ma anche negli altri casi, come nella parola "Pao-la".
Se, al contrario, si vuole contarli come suoni - e sillabe - separati, nel secondo caso si può farlo tranquillamente; se si tratta invece di spezzare un dittongo (le-zi-o-ne), spesso si usa avvisare il lettore mettendo due puntini sulla "i".

Nel verso di Dante sopra citato c'è una situazione particolare: nella parola "ahi" c'è addirittura una consonante tra le due vocali; ma poiché "h" è una consonante muta, le vocali, nella pronunzia, si trovano a contatto e si fondono in un unico suono; questo conferma che per la metrica conta l'orecchio e non la grammatica (di fatto la metrica è la parola che diviene musica).

Ancora più varia è la situazione quando si incontrano tre o più vocali, come per esempio in: "vi-zio e ar-dore".
Queste quattro vocali di seguito possono essere considerate un unico suono, e quindi dal punto di vista metrico una sola sillaba, oppure possono essere separate, facendo una breve pausa nella pronunzia. In questi casi, più che la regola, conta l'orecchio e l'esperienza. Quando si sono capiti i fenomeni fondamentali e si è abituato un po' l'orecchio, soprattutto leggendo della buona poesia in metrica, si sente automaticamente, nella lettura, quello che è meglio e quello che non va. Se poi capita una trappola, un passaggio che stona e che non vuol tornare, meglio cambiarlo, cercando naturalmente di non stravolgere il senso e l'atmosfera della poesia, piuttosto che sciupare l'insieme con un brutto verso.