Le rubriche

UN POETA NEL CUORE
Leggere per non dimenticare

di Gioia Guarducci

tratto da L'Alfiere, rivista letteraria della "Accademia V.Alfieri" di Firenze

 

CARLO BETOCCHI


Carlo Betocchi nasce il 23 maggio 1899 a Torino, da padre ferrarese e madre toscana, muore a Bordighera (Imperia) il 25 maggio 1986. Fin da bambino (1906) si trasferisce a Firenze al seguito del padre ferroviere. Rimasto orfano di padre nel 1911 , studia con Piero Bargellini all'Istituto Tecnico Fiorentino, dove nel 1915 consegue il diploma di agronomo. F requenta poi la Scuola Ufficiali di Parma, n el 1917 viene inviato al fronte e partecipa alla resistenza sul Piave, quindi nel 1919 va volontario nella guerra di Libia. Al rientro lavora come geometra nelle costruzioni stradali. Negli anni seguenti si sposta in Francia per lavoro e poi in diverse località dell'Italia centro-settentrionale. Dal 1928 al 1938 risiede a Firenze.

Autodidatta, ma coltissimo, comincia a frequentare i circoli letterari toscani. Insieme a Piero Bargellini e Nicola Lisi collabora al “ Calendario dei pensieri e delle pratiche solari” . Il 26 maggio 1929, sempre con Bargellini e Lisi, fu tra i cattolici che dettero vita alla rivista “ Il Frontespizio” , che ospitò gran parte dei poeti così detti ermetici (tra cui Mario Luzi, Carlo Bo, Leonardo Sinisgalli, Vittorio Sereni, Giancarlo Vigorelli, Alessandro Parronchi, Oreste Macrì), che ricercavano la poesia 'pura', al di là della logicità e del senso temporale, utilizzando fortemente metafore e analogie.

Come poeta segue all'inizio le orme di Papini, ma, lontano da sperimentalismi e neo-avanguardie, Betocchi percorre un cammino personale poetico che lo porta “faccia a faccia con la vita e con i suoi confini”. La partitura poetica, che mostra forse una certa noncuranza formale, nasce da un amore sincero per la realtà ed ha poco o niente in comune con l'ermetismo in voga in quegli anni. Negli anni 1950, il critico Titta Rosa, scrisse di lui: " L'ermetismo, pur vivendo a Firenze tra il '28 e il '38, lo sfiorò appena, senza turbare la sua schietta e umana vena che s'incanta a un richiamo immediato della natura come a voci segrete che gli giungono da un' assorta contemplazione interiore ". Betocchi parlando del suo impulso creativo scriveva: “ A volte balzavo addirittura nel sonno, lucidissimo, chiamato a destarmi da quel flusso veemente che avevo dentro e che... s'era già fatto parola nel sonno, che mi buttavo a trascrivere. ... La mia poesia partiva di lì ... Era questa che parlava in me, e non già un'idea della poesia, e non già la cultura che m'ero fatta, la mia passione della letteratura ”.

Le prime poesie di Betocchi furono pubblicate dalla rivista bolognese “ L'orto ” . Pubblicò poi la raccolta di versi Realtà vince il sogno (1932), cui seguì Altre poesie nel 1939 . Nel 1939 Betocchi lascia Firenze e si trasferisce a Trieste dove gli viene assegnata la cattedra di materie letterarie presso il Conservatorio musicale di Venezia; tornato definitivamente a Firenze nel 1953 insegna con le stesse mansioni presso il Conservatorio Luigi Cherubini e continua a collaborare a varie riviste, tra cui La Chimera , La Fiera Letteraria e L'Approdo Letterario, di cui rimane redattore fino al dicembre del 1977, anno di cessazione della rivista. Se mpre nel 1953 veniva chiamato a far parte del Consiglio d'Amministrazione del Gabinetto Vieusseux, in qualità di rappresentante del Comune di Firenze. Tra il 1945 e il 1965 fu redattore del programma radiofonico “ L'Approdo ” che andava in onda dalla Rai di Firenze.

La sua opera forse meno conosciuta è la traduzione in italiano delle “Poesie di S. Teresa di Lisieux”, dove egli cerca di rendere più fedelmente possibile in strofe il testo della giovane carmelitana. Betocchi completa questo lavoro nel 1968.

Nella poesia di Betocchi si avvertono talvolta suggestioni pascoliane, il quotidiano è rivestito di significati religiosi e vi traspare una fede di tipo naturalistico, un senso di fratellanza verso tutti gli esseri, nei quali avverte il manifestarsi di una presenza divina. Egli dice “La poesia è nata da sé, spontaneamente su un'onda d'amore, sull'onda d'amore per le cose che erano intorno a me che sentivo fraterne e unite in uno stesso destino e in una stessa fine.” Questo lo porta pian piano ad aprirsi verso tutte le creature “Io non voglio salvarmi solo, deve salvarsi per l'eternità anche quell'albero, anche il cane…”, questa come dice Contini è una sorta di “testimonianza di carità attiva verso il creato”. Il suo è stato definito “un cristianesimo senza Cristo e senza teologia” .

Il Poeta sembra essere in attesa di una salvezza, di una vittoria della "realtà" sul "sogno", concetto che già dall'esordio era evocato nel titolo della sua prima raccolta Realtà vince il sogno .

Il dolore fu duramente sperimentato dal poeta per la lunga malattia della compagna, la musicista Emilia de Palma. Questo tragico evento mutò profondamente la visione religiosa del poeta: questo dramma è tragicamente testimoniato dalle sue ultime poesie, dove scopriamo la ricerca solitaria della salvezza, dell'uscita dal dolore.

Nella sua vasta produzione troviamo sia opere di poesia che di prosa.

 

Da Realtà vince il sogno (1930-1932)

LE RONDINI

Le rondini, bei cerchi della vita,
intatti e non vissuti,
senza che il tempo azzurro li soverchi,
son tempi in cui non vige una misura
sommersi dentro un suono di campane
che li innalza e li abbassa,
che forano e trapassano,
per ritornare fertili di vita
e privi di ricordi, a l'onda antica.

DELLA SOLITUDINE

Io non ho bisogno
che di te, solitudine;
alta, solenne, immortale,
dove più nulla è sogno.
In questo deserto
attendo l'implacabile
venuta d'un'acqua viva
perché mi faccia a me certo.
Se trionfa il sole
o la luna impassibile
il loro lume fluisce
come vuole nel mio cuore.
E godo la terra
bruna, e l'indistruttibile
certezza delle sue cose
già nel mio cuore si serra:
e intendo che vita
è questa, e profondissima
luce irraggio sotto i cieli
colmi di pietà infinita.

A QUEST' ETÀ

A quest'età la vita che rallenta
si riveste di una grossa corteccia
entro la quale l'anima è non meno
tenera, ma soltanto più solitaria.
Ivi la vita sente e ripensa se stessa
con i medesimi palpiti; ma la dolce
fruizione dei sensi per lei va perdendosi
come in un torbido specchio le immagini.

 

Da Tetti toscani (1948-1954)

A EMILIA

Che ne sarà del vento in Paradiso,
il vento che riporta la memoria,
che ne sarà, del vento, in Paradiso?

Al vento, se l'ascolta, il disadorno
spirito è esilio, al vento, chi l'ascolta,
io t'amo e sopra i vetri si fa giorno.

Dal buio della notte entra quel vuoto
nell'alba che fa il vento del mattino,
- E' il vento, dissi, non è la speranza

nostra, ha un'altra voce: e sembra, il giorno,
di finestre ignote; e il volto ti ritorna
pallido, e si confonde senza linee

col mio, è un solo amore.

ALBA ED ARANCI

Spicca l'arancia all'alba
e bevi il succo:
io guardo il cielo, dove la ramaglia
si slancia, a frusto a frusto.

E avremo un'altra infanzia
che si smaglia
da quell'azzurro, lenta;
precipita l'arancia
dal sole alle tue mani,
e dai lontani
giardini, ove un inverno
caldo sorveglia i mari.

D'ESTATE

E cresce, anche per noi
l'estate
vanitosa, coi nostri
verdissimi peccati;
ecco l'ospite secco
del vento,
che fa battibecco
tra le foglie della magnolia;
e suona la sua
serena
melodia, sulla prua
d'ogni foglia, e va via
e la foglia non stacca,
e lascia
l'albero verde, ma spacca
il cuore dell'aria.

 

Da Dediche

VERSI AD EMILIA

Guarda questi begli anemoni colti
l'altra sera ai colli di Settignano,
alcuni viola, altri più chiari; erano
mezzi moribondi, così sepolti

quasi, fra le tue mani, quasi emigrati
di là, tra le cose che si ricordano,
e invece, vedili, come pian piano
si son ripresi, nell'acqua; esaltati

da una mite speranza di rivivere
si ricolorano su dal corrotto
gambo che la tua forbice recise;

fan come noi, si parlano nel folto
della lor famigliola, e paion dire
molto del breve tempo, molto molto.

 

Da L'estate di San Martino (1961)

IL DORMENTE

Io mi destai con un profondo
ricordo del mio sonno.
Dalla mia veglia guardavo
il mio corpo dormente,
era giorno, era un chiaro
giorno silente.

Quando le sere d'estate
esalan profumate
tenebre sul fiume, un uomo
giace sopra la riva
addormentato dal suono
dell'onda viva.

Passano sopra il suo viso
l'ombre del paradiso
lunare, tra i flessuosi
salici e il lieve vento;
celano gridi amorosi
l'erbe d'argento.

Vento e prati fluttuando
muoiono con un blando
fiotto e là, presso il suo corpo,
come a un'isola viva
da un mare languido e smorto
il flutto arriva.

Presso il suo corpo si rompe
quell'ineffabil fonte;
e il suo respiro leggero
di creatura che dorme
scioglie nell'etereo cielo
azzurre forme.

 

Da Un passo, un altro passo (1967)

Ma spesso: - Passa via! – vo dicendo,
come a un cane, al mio cuore:
- E abìtuati alla pazienza! –
Ma non ne vuol sapere.
E pretende di ritornare
ai gaudi di una volta.
Se li ricorda tutti,
e non s'arrende, non s'accorge
che non è più lo stesso.
Non ha né mente né cervello.
Lo sciagurato patirà
fino alla fine. Morirà
pieno di guidaleschi.

 

Da Ultimissime (1968-1973)

FRATERNO TETTO

Fraterno tetto; cruda città; clamore
e strazio quotidiano; o schiaffeggiante
vita, vita e tormento alla mia anziana
età: guardatemi! sono il più caduco,
tra voi; un rudere pieno di colpe sono...
ma un segno che qualcosa non tramonta
col mio tramonto: resiste la mia pazienza,
è come un orizzonte inconsumabile,
come un curvo pianeta è la mia anima.

LO STRAVEDERE DEI VECCHI

Lo stravedere dei vecchi! Guardateli!
Ascoltatene uno, come son io, forse
Il più debole

La mente che vacilla,
e l'azzurro che spera, mentre l'ombra
lenta, furtiva, risale i tetti:
alle mie spalle scompaiono ninnoli.
e oggetti, caracollano via tavole
e sedie, s'involano alcove, trepide
masserizie amorose svaniscono
via leggere, la mia vita si spoglia,
tutta perduta vibra nell'azzurro.

 

Questi ultimi sono versi tratti Dal definitivo istante , nella sezione Poesie disperse , edite e inedite; non se ne conosce la data, ma il contenuto rivela che va attribuita agli anni senili:

Meno che nulla son io, nella mente
che invecchia e vaga incerta, e male
afferra le idee che vi divagano
fantasticanti: eppure sono ancora
creatura, e non è detto che da me
così squallido, così passivo e inerte,
non emani, come ora che scrivo,
il senso eterno di quell'eterna
povertà che ci è propria …