Le rubriche

UN POETA NEL CUORE
Leggere per non dimenticare

di Gioia Guarducci

tratto da L'Alfiere, rivista letteraria della "Accademia V.Alfieri" di Firenze


SERGIO CORAZZINI

Un amico del poeta, Alfredo Tusti, lo descrive così:

«un giovane dal volto pallido, la fronte chiara con la ciocca di capelli bruni sulla tempia destra, la bocca tumida e rossa e gli occhi pieni di bontà e di festa» .

Sergio Corazzini nasce a Roma nel 1886. Qui frequenta la sola scuola elementare, poi nel 1895, insieme con il fratello Gualtiero, continua gli studi nel Collegio Nazionale di Spoleto, ma nel 1898 deve abbandonare la scuola per difficoltà economiche del padre, già impiegato al Registro della Dataria Pontificia. Continua il Ginnasio a Roma, ma non si iscrive al Liceo, perché costretto a cercare lavoro per aiutare la famiglia. Si impiega quindi presso la compagnia di assicurazioni, "La Prussiana".

Il poeta non ebbe un'esistenza felice (la rovina finanziaria della famiglia un tempo benestante, la madre ammalata di tisi, il fratello Gualtiero deceduto per la stessa malattia, il fratello Erberto che perirà in un incidente d'auto in Libia e il padre che terminerà la vita in un ospizio) e in Soliloqui di un pazzo (1905), la descrizione della squallida stanza dove è costretto a lavorare, buia, soffocante, con tetre inferriate alla finestra, assurge quasi a simbolo della sua vita.

Straordinariamente precoce, è appassionato lettore non solo dei poeti italiani dell' Ottocento, ma anche dei poeti decadenti francesi, forma nei locali del Caffè Sartoris un cenacolo poetico con un gruppo di amici, tra cui Alfredo Tusti, Fausto Maria Martini, Corrado Govoni, Luciano Folgore, Alberto Tarchiani e pubblica una rivista letteraria “Cronache latine”, che avrà breve durata.

Dopo aver pubblicato, giovanissimo, alcune poesie in vernacolo su giornali satirico-umoristici come il "Pasquino de Roma" (che successivamente cambiò il titolo in "Marforio") e il “Fracassa”, si dedica alla lirica in lingua.

Dà alle stampe brevi raccolte poetiche: Dolcezze (1904), L'amaro calice (1905), Le Aureole (1905), Piccolo libro inutile (1906), Elegia (1906), Poemetti in prosa (1906), Libro per la sera della domenica (1906). Suo è anche un testo teatrale, " Il traguardo " (1905). La migliore ristampa delle sue opere si ha solo nel 1968 nel volume “Poesie edite e inedite”.

Il poeta esprime con varie tonalità le ragioni profonde che lo legano alla nuova poesia dei Crepuscolari, ragioni che emergono nel suo negare d'essere poeta:

Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ha che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?

e nel rifiuto dello stile retorico e roboante di tanta poesia dell'epoca, cui sono preferiti toni dimessi e "sinceri". Nei suoi versi ritroviamo qualcosa dell'esperienza pascoliana ed anche la lezione dei simbolisti d'Oltralpe. Corazzini fu amato per la autenticità del suo dolore, per la consapevolezza della brevità della sua vita in un mondo effimero e incomprensibile.

La sua poesia non nasce solo dal male che lo mina, ma piuttosto da una malattia dell'anima, dai tremori, dalle ansie dell'adolescenza da poco trascorsa, dalle esitazioni della giovinezza, da una nostalgia perenne per un bene perduto, tutte sensazioni che si proiettano nella realtà che lo circonda. Il suo è un lungo flebile, monologo malinconico, percorso da un sentimento nostalgico dell'amore, dalla vaga sensazione del consumarsi delle cose, dal pensiero costante della fine. Ama le "piccole cose", dietro le quali non affiorano temi impegnati e profondi, descrive una realtà che fino ad allora è rimasta estranea alla poesia. Egli è il " piccolo fanciullo che piange" la vacuità del nulla e si abbandona al dolore: «Io, vedi, soffro molto, / e più soffro e più sento / che soffrirei;...». Pur nelle tante silenziose riflessioni non sa dare risposta al perché della vita: «E non domandarmi / io non saprei dirti che parole così vane». Altre volte egli scrive che «desidera solo dormire infinitamente». 

Le sue liriche esprimono un intenso desiderio per quella vita che la salute gravemente compromessa gli nega («io sono, veramente malato! / E muoio un poco ogni giorno...») e al contempo un nostalgico ritrarsi dal presente, proprio perché privo di aspettative per il domani. Ma nella poesia ritrova una sorta di folle felicità, così in una lettera ad un amico scrive: "Sai quando è che compongo delle meravigliose liriche? Allora che passeggio, solo, per le vie più ignote di Roma, nella notte. Canto, canto, tante cose strane, inverosimili, che mi fanno talvolta anche piangere un po'! Vedi se sono folle!».

Minato dalla tubercolosi nel 1905 soggiorna in un sanatorio a Nocera Umbra, dove conosce una giovane danese, per la quale prova un appassionato ma platonico affetto. Poi nello stesso anno si reca a Cremona, dai parenti materni, in cerca di un aiuto economico; qui fa conoscenza con una giovane con la quale intrattiene una breve corrispondenza epistolare.

Marino Moretti così ricorda l'incontro con il giovane poeta avvenuto nel 1906, circa un anno prima della morte: «Entrò elegantissimo, un po' con l'aria di entrare in scena, se ben col sincero proposito d'abbracciare un fratello mai visto: giovane d'appena vent'anni, bello, prestante, aitante e tuttavia con qualcosa di vecchio nella figura e negli sguardi errabondi, candido e insieme letterario nell'espressione ... Confidava che stava per morire con una leggera effervescenza letteraria, sì che non pareva, dopo tutto, ch'egli dicesse e facesse sul serio ...».

Per il grave stato della sua malattia, nel 1906 viene ricoverato al Fatebenefratelli di Nettuno. Dal sanatorio inizia una fitta corrispondenza con il poeta Aldo Palazzeschi.

Nel maggio del 1907 torna a Roma, ma, per l'aggravarsi del suo stato di salute, il 17 giugno muore nella sua casa, a soli 21 anni.

ALCUNE POESIE

Da Dolcezze (1904),
Roma, tipografia cooperativa operaia romana.

Il mio cuore

Il mio cuore è una rossa
macchia di sangue dove
io bagno senza possa
la penna, a dolci prove
eternamente mossa.
E la penna si muove
e la carta s'arrossa
sempre a passioni nove.
Giorno verrà: lo so
che questo sangue ardente
a un tratto mancherà,
che la mia penna avrà
uno schianto stridente ...
... e allora morirò.

Giardini

O piccoli giardini addormentati
in un sonno di pace e di dolcezze,
o piccoli custodi rassegnati
di sussurri, di baci e di carezze;

o ritrovi di sogni immacolati,
di desideri puri e di tristezze
infinite, o giardini ove gli alati
cantori sanno di notturne ebbrezze,

o quanto v'amo! I sogni che rinserra
il mio core, fioriscono, o giardini,
lungo i viali, ne le vostre aiuole.

Io v'amo, io v'amo, o fecondati al sole
di primavera in languidi mattini,
o giardini, sorrisi de la terra!

Da L'amaro calice (1905)
Roma, tipografia cooperativa operaia romana.

Invito

Anima pura come un'alba pura,
anima triste per i suoi destini,
anima prigioniera nei confini
come una bara nella sepoltura,

anima, dolce buona creatura,
rassegnata nei tristi occhi divini,
non più rifioriranno i tuoi giardini
in questa vana primavera oscura.

Luce degli occhi, cuore del mio cuore,
tenerezza, sorella nel dolore
rondine affranta nel mio stesso cielo,

giglio fiorito a pena su lo stelo
e morto, vieni, ho spasimato anch'io,
vieni, sorella, il tuo martirio è il mio.

Toblack (poesia ispirata a Dobbiaco, paesino dell'Alto Adige dove sorgeva una casa di cura per malati di tisi)

II

Le speranze perdute, le preghiere 
vane, l'audacie folli, i sogni infranti, 
le inutili parole de gli amanti 
illusi, le impossibili chimere,

e tutte le defunte primavere, 
gl'ideali mortali, i grandi pianti 
de gli ignoti, le anime sognanti 
che hanno sete, ma non sanno bere,

e quanto v'ha Toblack d'irraggiungibile 
e di perduto è in questa tua divina 
terra, è in questo tuo sole inestinguibile,

è nelle tue terribili campane 
è nelle tue monotone fontane, 
Vita che piange, Morte che cammina.

Da Le Aureole (1905),
Roma, tipografia cooperativa operaia romana.

Sonetto della neve

Nulla più triste di quell'orto era,
nulla più tetro di quel cielo morto
che disfaceva per il nudo orto
l'anima sua bianchissima e leggera.

Maternamente coronò la sera
l'offerta pura e il muto cuore assorto
in ricevere il tenero conforto
quasi nova fiorisse primavera.

Ma poi che l'alba insidiò co' 'l lieve
gesto la notte e, per l'usata via,
sorrisa venne di sua luce chiara,

parve celato come in una bara
l'orto sopito di melanconia
nella tetra dolcezza della neve.

Sonetto d'Autunno

Dorma l'autunno e sogni ancora biondo
il dolce vecchio, e il sonno gli consoli
anche una gioia rapida di voli,
gli ultimi, Santo Stefano Rotondo.

Forse, domani non varrà un giocondo
subito trillo a risvegliare i broli,
forse, domani i nostri cuori, soli,
turberanno il silenzio profondo.

E noi, dolcezza, non lo desteremo
il soave malato che non ha
più la speranza della guarigione

come l'anima nostra senza remo,
e senza vele, che non tornerà
mai più nel porto di salvazione.

Da Poesie Sparse

Tutta l'anima mia, tutte le pure

Tutta l'anima mia, tutte le pure
gioie godute nella giovinezza;
ogni mia più soave tenerezza,
tutte le mie speranze malsecure

nelle loro precoci sepolture,
l'eterna immensurabile tristezza
che il mio cuore dissangua ma non spezza
offerte alle mortali creature.

Anima, come vano, come vano
l'amor tuo, come triste il disinganno!

Da Piccolo libro inutile (1906),
Roma, tipografia cooperativa operaia romana.

Per organo di Barberia

I.

Elemosina triste
di vecchie arie sperdute,
vanità di un'offerta
che nessuno raccoglie!
Primavera di foglie
in una via diserta!
Poveri ritornelli
che passano e ripassano
e sono come uccelli
di un cielo musicale!
Ariette d'ospedale
che ci sembra domandino
un'eco in elemosina!

II.

Vedi: nessuno ascolta.
Sfogli la tua tristezza
monotona davanti
alla piccola casa
provinciale che dorme;
singhiozzi quel tuo brindisi
folle di agonizzanti
una seconda volta,
ritorni su' tuoi pianti
ostinati di povero
fanciullo incontentato,
e nessuno ti ascolta.

È questa infine l'ultima poesia, scritta nell'imminenza della morte e pubblicata postuma su Vita letteraria , 28 giugno 1907. Qui l'autore si serve volutamente di un differente linguaggio, tessuto di oscuri significati e velatamente simbolico.

La morte di Tantalo

Noi sedemmo sull'orlo
della fontana nella vigna d'oro.
Sedemmo lacrimosi in silenzio.
Le palpebre della mia dolce amica
si gonfiavano dietro le lagrime
come due vele
dietro una leggera brezza marina.

Il nostro dolore non era dolore d'amore
né dolore di nostalgia
né dolore carnale.
Noi morivamo tutti i giorni
cercando una causa divina
il mio dolce bene ed io.

Ma quel giorno già vanìa
e la causa della nostra morte
non era stata rinvenuta.

E calò la sera su la vigna d'oro
e tanto essa era oscura
che alle nostre anime apparve
una nevicata di stelle.

Assaporammo tutta la notte
i meravigliosi grappoli.
Bevemmo l'acqua d'oro,
e l'alba ci trovò seduti
sull'orlo della fontana
nella vigna non più d'oro.

O dolce mio amore,
confessa al viandante

che non abbiamo saputo morire
negandoci il frutto saporoso
e l'acqua d'oro, come la luna.
E aggiungi che non morremo più
e che andremo per la vita
errando per sempre.